giovedì, 16 aprile 2009

Nuove diseguaglianze
a scuola

Addio sostegno per molte tipologie di alunni
E per gli altri? Medicalizzazione e etichettamento

Franco Nanni

 aprile 2009

Un tempo si scriveva: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...” Ma oggi, sempre più, sembra che l’articolo 3 sia stato modificato: “È compito della Repubblica rimettere al loro posto gli ostacoli che a malapena erano stati attenuati...

Un nuovo tassello di questo lavoro è stato completato di recente. Il 20 Marzo 2008 la Conferenza Stato-regioni ha espresso il parere favorevole al testo di un decreto interministeriale, Pubblica Istruzione-Salute, sui nuovi criteri di presa in carico per l’integrazione scolastica, ovvero per disciplinare il regime di “concessione” degli insegnanti di sostegno, laddove il termine “concessione” , da noi adottato, è amaramente ironico. Il documento aveva dunque implicazioni a livello nazionale, ma era poi compito delle Regioni legiferare nella direzione tracciata. Vediamo quindi in Emilia Romagna cosa accadrà.

Certificazioni scolastiche: cosa cambia nelle regole

La Regione Emilia Romagna ha varato la legge 4/2008 addirittura il 19 febbraio, sembrerebbe dunque prima del via definitivo della conferenza Stato-Regioni, stabilendo che, in sintesi:

/Le domande per la certificazione ai fini del sostegno scolastico sono oggi uniformate a quelle per ottenere il riconoscimento di invalidità, cecità, sordità, condizioni di handicap (legge 104/92) e il collocamento mirato al lavoro di persone con le precedenti caratteristiche.

/Per tutte indistintamente queste finalità, l’esame delle domande è svolto da commissioni composte da:

a) un medico specialista in medicina legale in qualità di Presidente;

b) un medico specialista nella patologia prevalente oggetto della valutazione;

c) un operatore sociale dei servizi pubblici territoriali competenti;

d) un medico in rappresentanza dell'associazione di categoria del richiedente.

All'accertamento può assistere, su richiesta della persona interessata e con onorario a suo carico, un medico di fiducia del richiedente. Dunque, per l’integrazione scolastica il Neuropsichiatra diventa una figura tra le tante, e nemmeno la principale.

Il 30 dicembre 2008 la Regione Emilia Romagna dirama una circolare (n° 312421) che fornisce ulteriori indicazioni, la prima delle quali è di stabilire il limite del 28 febbraio per la predisposizione delle certificazioni per l’anno scolastico 2009-10. In pratica, se il primo marzo ci rendiamo conto che un certo bambino di prima elementare potrebbe aver necessità del sostegno, per l’anno successivo non se ne fa nulla, e ne riparliamo in terza elementare!

La seconda indicazione riporta un elenco delle patologie che possono essere oggetto di integrazione scolastica, piuttosto lungo e tecnico, che riportiamo alla fine di questo articolo, in modo che tutti i genitori di alunni certificati possano controllare sulla loro documentazione quale sarà il destino dei propri figli rispetto al sostegno. Il principale cambiamento introdotto è che scompaiono tutti i Disturbi Evolutivi Specifici delle capacità scolastiche (F81[1]) comunemente conosciuti come dislessia, disgrafia, discalculia, oltre al molto diffuso “Disturbo misto delle capacità scolastiche”, che da solo potrebbe riguardare moltissimi bambini. Ovvero, dalla possibilità di integrazione scolastica sono esclusi proprio i portatori di disturbi specifici che si manifestano a scuola e che nell’apprendimento fanno sentire i loro effetti negativi!

Chi ha concepito questo provvedimento porta responsabilità gravissime, che gettano anche molte ombre sulla sua onestà intellettuale. L’esclusione della classe F81 dal sostegno comporterà infatti una ovvia, forte contrazione della domanda di docenti d’appoggio, permettendo ad altri di ingannare l’opinione pubblica affermando che la proporzione tra docenti di sostegno e alunni è invariata. Facciamo un esempio con cifre arbitrarie: ipotizziamo 4.000 alunni certificati con 2.000 docenti di sostegno (rapporto 2:1[2]); basta far “sparire” 2.000 alunni della classe F81 e/o delle altre che subiscono limitazioni, come evidenziato oltre, e pur mantenendo un rapporto 2:1 ci bastano 1.000 docenti. Siccome, poi, gli altri 1.000 che restano a casa sono rappresentati quasi esclusivamente da precari, possiamo anche dire che “non abbiamo licenziato nessuno”. Per quanto si tratti di cifre arbitrarie, stimiamo che la percentuale di alunni oggi certificati che risultano inclusi nella classe F81 sia elevata; l’Istat[3] avrebbe avviato un censimento organico della situazione constatando che al momento non vi sono dati confrontabili a livello nazionale. Riteniamo tuttavia che, almeno a livello regionale, dovrebbe essere disponibile una statistica della frequenza delle classi ICD-10 nelle certificazioni scolastiche, anche se in rete non pare essercene traccia.

Alcuni disturbi (F90 e F83) risultano ammissibili solo in modo condizionato: “solo se compromettono significativamente la vita scolastica e sociale dell'alunno” le sindromi ipercinetiche (F90), forse meglio conosciute come disturbi dell’attenzione e iperattività, già oggetto di parecchie discussioni per via delle spinte alla medicalizzazione e alle cure farmacologiche (Ritalin e Strattera); viene dunque dato un criterio vago e opinabile, lasciando discrezionalità alle commissioni, il che finirà col creare disparità di trattamento da una ASL all’altra. I disturbi evolutivi specifici misti (F83) sono ammessi “limitatamente alla scuola dell'infanzia”, e questa condizione appare piuttosto “sospetta” alla luce della natura del disturbo: l’ICD-10 definisce la classe F83 come “una categoria residua comprendente condizioni in cui disturbi evolutivi specifici dell'eloquio e del linguaggio si associano a disturbi evolutivi specifici delle capacità scolastiche e della funzione motoria, ma in cui nessun disturbo prevale in maniera tale da costituire la diagnosi principale. (...) Di solito, ma non sempre, questi disturbi evolutivi specifici si associano con un certo grado di compromissione generale delle funzioni cognitive.” Dunque, ancora una volta, siamo di fronte a disturbi che hanno un ruolo specifico proprio nell’ambito scolastico e degli apprendimenti: ancora una volta li confiniamo in un ambito dove i loro effetti negativi sono meno evidenti, e li eliminiamo laddove essi sono centrali. Ci domandiamo: malafede? Abile manipolazione? Che altro?

Un’altra categoria che risulterà fortemente ridimensionata è quella delle classi F91-91.9 e F92-92.9 che riguarda i disturbi della condotta e di disturbi misti di condotta e sfera emozionale. Queste classi sono ammesse alla certificazione “esclusivamente qualora il disturbo determini grave e duratura (oltre 6 mesi) compromissione degli apprendimenti e pregiudichi severamente la socializzazione”. Questo genere di disturbi, perfino quando non compromette gli apprendimenti e la socializzazione, può letteralmente mettere in ginocchio intere classi e portare al burnout interi team di docenti. Chi deciderà se quel certo bambino rientra o meno nel criterio indicato? Dubitiamo che possa essere ascoltata la scuola, mai citata tra gli interlocutori nell’iter di certificazione. Nelle prime elementari il problema sarebbe gravissimo: le docenti devono dapprima avere il tempo di conoscere i bambini, di dar loro il tempo di apprendere e verificare, e quindi individuare le eventuali situazioni di bisogno, cosa ardua entro il 28 febbraio; impossibile, se il disturbo evidenziato richiede una durata di 6 mesi! Dunque questa legge implica automaticamente la perdita di un anno per situazioni anche gravi. Quanti danni procuriamo a uno di questi bambini, facendogli frequentare un altro intero anno scolastico senza sostegno? Nei panni del genitore di quel bambino, verrebbe da far causa agli estensori di questa normativa, e forse la si vincerebbe. In ogni caso, moralmente, chi ha previsto questo effetto è assolutamente condannabile fin da ora.

Una ultima indicazione della circolare regionale precisa che “qualunque diritto collegato alla patologia disabilitante del minore può essere fruito solo in presenza della certificazione del riconoscimento della disabilità, rilasciata dalla Commissione di accertamento ai sensi dell’art. 3 c.7 della LR 4/08” (corsivo nostro). Dunque vi sarà un aggancio rigido tra sostegno scolastico e certificazione di disabilità e/o invalidità, e chi vorrà conservare questo diritto per il proprio figlio dovrà necessariamente accettare questa etichetta, anche per problematiche relativamente lievi.

Implicazioni e conseguenze

/Elevata, forte medicalizzazione del disagio: con le nuove regole il sostegno scolastico oggi finisce per essere associato a Medicina, Malattia, Invalidità.

/Sembra ragionevole ritenere che molte famiglie, di fronte a questa più forte medicalizzazione e alla necessità di un riconoscimento di disabilità e/o invalidità, rinuncino spontaneamente al sostegno per non etichettare i figli, soprattutto quelli caratterizzati da disagi relativamente (solo relativamente) modesti. In questo modo si riduce ancora il numero degli alunni aventi diritto al sostegno, ancora una volta in modo “indolore”, poiché questa riduzione risulterà, appunto, “spontanea”. E ancora domandiamo: disonestà intellettuale, malafede, che altro?

/Chi decide sono medici legali e altre figure mediche che, si desume, potrebbero anche non aver mai visto il bambino; queste figure valutano soprattutto documentazioni cartacee, e nella maggior parte dei casi non hanno nessuna idea di come funzioni la scuola, né di quali problematiche si vada a trattare nell’integrazione.

/La scuola non sembra essere in alcuna sede un interlocutore che possa essere sentito per la valutazione dei casi. Chi lavora ogni giorno con gli alunni non ha voce in capitolo.

/La tempistica prevista per ottenere il sostegno per l’anno scolastico successivo è (volutamente?) molto anticipata (28 febbraio) e non rispetta esigenze e tempi della scuola. Sarà molto frequente il caso in cui anche studenti che rientrano nelle strette maglie della attuale certificabilità, se riconosciuti in ritardo rispetto ai tempi imposti restino “in parcheggio” per un intero anno scolastico senza alcun supporto. Tale ritardo è addirittura implicito, come già notato, nel criterio della “grave e duratura compromissione degli apprendimenti” per almeno 6 mesi, che rende inevitabile perdere un anno di sostegno.

/Le patologie certificabili sono oggi solo i disturbi gravi e gravissimi, mentre le problematiche specificamente scolastiche (F81 e F83) e i disturbi più critici per il lavoro in classe (F90, F91 e F92) sono esclusi o fortemente ridimensionati.

/Da alcune nostre indagini informali, necessariamente approssimative e parziali, risulterebbe che ipotizzare un dimezzamento delle situazioni certificabili non dovrebbe essere lontano dalla realtà; speriamo di essere smentiti dai fatti!

Il nostro commento

Speriamo, ribadiamo, di essere smentiti dai fatti, ma non possiamo tacere: si tratta di un provvedimento di gravità inaudita, passato come un atto legislativo e amministrativo puramente tecnico, senza clamore né conseguenze. La sua introduzione, però, causerà notevolissimi disagi soprattutto ai più deboli, specialmente coloro che, adeguatamente supportati, sarebbero stati destinati prima a percorsi scolastici, e poi a una vita normale, e che non lo saranno più, in quanto messi di fronte alla solitudine, o, eventualmente, a essere etichettati per tutta la vita come anormali. A regime, questo provvedimento metterà  a durissima prova la tenuta del sistema scolastico, in particolare la scuola primaria, già messa in ginocchio dalla contrazione, e dal futuro smantellamento di ogni minima compresenza tra docenti.

Diciamolo chiaramente: non si mira al “maestro unico”, definizione elegante e luccicante, ma al “maestro solo”, solo di fronte al disagio, di fronte allo svantaggio, di fronte alla propria stanchezza. Dal “maestro solo” al martire il passo è breve. Siamo però certi che si troverà un bravo medico legale che al nostro martire praticherà una bella autopsia, i cui risultati, però, saranno mantenuti segreti, perché sono un atto di accusa verso la malafede e la disonestà intellettuale di troppi.


Appendice

lista unica regionale
di certificabilita’

ASSE 1           

F 20 - 29 - Schizofrenia, Sindromi schizotipiche e Sindromi deliranti*

F 30 - 31 - Episodio maniacale*

F 32.3 - Episodio depressivo grave con sintomi psicotici*

* al compimento del dodicesimo anno d'età

F 60 - Disturbi di personalità specifici  (dal compimento del sedicesimo anno d'età)

F91-91.9 Disturbi della condotta**

F92-92.9 Disturbi misti della condotta e della sfera emozionale**

** esclusivamente qualora il disturbo determini grave e duratura (oltre 6 mesi) compromissione degli apprendimenti e pregiudichi severamente la socializzazione

F 84 - 89 - Sindromi da alterazione globale dello sviluppo psicologico

F 90 - Sindromi ipercinetiche (solo se compromettono significativamente la vita scolastica e sociale dell'alunno)

ASSE 2

F 80.1 - Disturbo del linguaggio espressivo

La proposta di assegnazione dell'insegnante di sostegno verrà valutata caso per caso quando: anche la comprensione linguistica risulta almeno parzialmente alterata, o la gravità del deficit espressivo è tale da compromettere l'uso comunicativo del linguaggio con ricadute sul versante psicopatologico.

F 80.2 - Disturbo della comprensione del linguaggio

F 80.3 - Afasia acquisita con epilessia (Sindrome di Landau-Kleffner)

F 82 - Disturbi evolutivi della funzione motoria***

F 83 - Disturbi evolutivi specifici misti***

*** limitatamente alla scuola dell'infanzia

ASSE 3

F 70 - 79 - Ritardo mentale

ASSE 4

H 00 - 59 - Deficit visivo totale o parziale (si intende un visus <1/10 con correzione)

H 60 - 95 - Deficit uditivo totale o parziale (bilaterale,>70 db)

Per deficit compresi tra 50 e 70 db, l'esigenza di certificazione è valutata caso per caso.

Sono inoltre certificabili tutte le diagnosi in ASSE 4, laddove i disturbi associati compromettano od interferiscano significativamente con la vita scolastica dell'alunno.

 

Non si esclude che in casi particolari la valutazione clinica di gravità possa prevedere la certificabilità ai fini della integrazione scolastica per altre diagnosi neuropsichiatriche.

 



[1]Queste classificazioni derivano dall’ICD-10, classificazione delle patologie a cura della Organizzazione Mondiale della Sanità.

[2]Dati del 2002-03: 143.389 alunni certificati per 75.288 docenti, il 43% precari. Nel 2004-05 il tasso di precari era del 48%. Fonte: MIUR

[3]Fonte: http://www.disabilitaincifre.it/documenti/certificazioni.asp

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sabato, 11 aprile 2009

I ragazzi DEI TOMBINI

di Maurizio Galvani

Il «tour» dall'Afghanistan al Pakistan, dalla Turchia alla Grecia, miraggio l'Italia, nel racconto di due giovani profughi, finiti nei tombini della Stazione Ostiense a Roma
Le due testimonianze che pubblichiamo sono le narrazioni - anonime per evitare ritorsioni - raccolte dagli operatori dell'Istituto per la salute delle popolazioni Migranti e il contrasto alla Povertà (Inmp), presso l'ospedale San Gallicano di Roma .


Il fatto è che la tragica vicenda dei ragazzi afghani trovati dentro i tombini alla stazione Ostiense di Roma ha suscitato sgomento e sorpresa. Per il dottor Aldo Morrone, direttore dell'Inmp «a causa delle guerre globali, della violenza, della povertà ormai dovremo aspettarci conseguenze assai gravi, dato che 200-300 milioni di disperati fuggono in tutti i modi da queste realtà, accettando di vivere condizioni disumane». Il dottor Morrone parla con l'esperienza di chi opera a Lampedusa, dove l'Inmp è impegnato con un equipe di medici e psicologi. «Questi ragazzi afghani - aggiunge - per arrivare in Italia impiegano più di un anno dopo avere iniziato un lungo e pericolosissimo viaggio attraverso l'Iran, la Turchia, la Grecia e, infine, Italia». Scappano dal loro paese e solo quando giungono in Grecia, alcune organizzazioni danno loro assistenza. In Italia sbarcano ad Ancona dentro i tir, o nei doppifondi dei camion, o nascosti tra la merce, o legati con le cinghie agli assi degli autotreni. Non si sa quanti siano a Roma e come vivano, per Morrone «si calcola che i minorenni (fino a 18 anni, stabiliti con un esame radiologico del polso) possono essere circa un centinaio». Il problema è come intercettarli: non è facile, soprattutto, per la lingua che conoscono solo i mediatori. Non conoscono la lingua e ignorano i diritti di un minore non accompagnato. Alcuni considerano l'Italia un territorio di passaggio dove sopravvivere per raggiungere la Germania dove risiede una grande comunità di afghani.


Il loro è un tragitto di quasi ottomila chilometri, pagano per andare in un altro paese; «tuttavia l'Italia sta diventando un paese di residenza». «Dobbiamo intercettarli. Ci vorrebbero più strutture, operatori, risorse di natura medico-assistenziale, l'attivazione di più mediatori linguistici e culturali». L'Inmp lamenta queste carenze «bisogna fare in modo che questi ragazzi non si nascondano e diventino «clandestini», non alla legge ma a qualsiasi intervento. Il primo loro diritto è la tutela (ci deve pensare il comune); in secondo luogo devono fare percorsi di sostegno e integrazione».


Il dottor Aldo Morrone - che d'anni opera al San Gallicano - insiste su questo punto perché vuole rendere visibili quei poveracci che stanno dell'Ostiense, dove si possono incontrare altre tragiche realtà: rifugiati per tortura, poveri, emarginati sociali. Il rammarico è che si fa sempre poco; presso il San Gallicano dal 2006 è attivo un servizio di accoglienza per i minori non accompagnati, in collaborazione con il V Dipartimento del Comune di Roma. In questi due anni sono stati avvicinati 52 adolescenti (39 provenienti dall'Afghaganistan, 4 dall'Etiopia, 6 dall'Eritrea, uno dalla Sierra Leone, un altro dall'India). I motivi del loro «allontanamento» lo raccontano i medesimi ragazzi: 25 subivano persecuzione politica, sette sono fuggiti alla guerriglia tra gruppi locali, dieci sono fuggiti per liti famigliari, dieci sono scappati dalla povertà.


Le collaboratrici del dottor Morrone, le dottoresse Flavia Dammacco e Paola Scardella tentano di ri-costruire una narrazione della storia di questi ragazzi. Si cerca di offrire un ambiente abitativo adeguato (una casa famiglia, o un centro di accoglienza) per costruire un percorso integrativo sociale che preveda anche la possibilità di un lavoro. La maggior parte delle volte ci si riesce: per legge, un minore straniero non accompagnato ha diritto all'assistenza e alla tutela. Però, al compimento della maggiore età questi ragazzi si trovano senza diritti e possono essere rimpatriati al di là di quel che riescano a dimostrare di saper fare, a che punto sia arrivato il percorso di accoglienza e di conoscenza della legge, costumi e cultura italiana. Volutamente non è chiamata subito integrazione «poiché - sottolineano all'Inmp - il primo successo con questi ragazzi è di avere stabilito una relazione; sono in genere impauriti, provengono dalle esperienze più disparate, hanno fatto diversi lavori, hanno perduto i genitori in tenera età». La dottoressa Scardella sostiene che «alcuni ragazzi hanno impiegato 2-3 tre anni per giungere in Italia: si sono nascosti per mesi facendo differenti mestieri, anche, nei mattatoi dell'Iran».


Non si può trarre una conclusione. Questo problema va sollevato, fuori dall'eccezionalità per non dover scoprire allarmati che esistono realtà sommerse quando si deve fare un'opera di bonifica della stazione Ostiense. Il dottor Morrone lancia una provocazione: la realizzazione nel 2010 (l'anno contro la povertà) di un incontro-convegno tra Europa, Africa, Africa subsahariana, Asia e Oriente. Tra diversi operatori per contrastare attivamente le cause dell'emarginazione.

. D. 19 ANNI
«Alla fine sono fuggito dai talebani perché mi terrorizzavano»

Mi chiamo S. D. e sono nato a Ghazni Afghanistan ho 19 anni. La mia famiglia aveva una macelleria, mio padre inoltre vendeva abiti e alimenti vari in India, in Pakistan e in Iran e per questo motivo spesso era lontano da casa. La mia famiglia era benestante e i miei genitori sognavano per noi un percorso accademico importante. Avevo un fratello e una sorella. Le donne, per volontà governativa, non possono studiare e i ragazzi non hanno possibilità di scelta se non andare a studiare religione in moschea. Mio padre durante uno dei suoi viaggi, conobbe delle persone le quali appartenevano a una religione, diversa da quella musulmana, cioè Bahai. Anche mio padre e noi tutti decidemmo di sposare la religione Bahai. Questa scelta però causò non pochi problemi con i compagni, con il vicinato ma anche con i parenti. Io, mio fratello e mia sorella, essendo piccoli, non capivamo il perché di alcuni comportamenti.
Nel 1999 i talebani resero noto la loro volontà di uccidere i comunisti e tutti coloro che avevano collaborato con essi. Mio zio venne ucciso perché faceva parte dei comunisti. I vicini ormai avevano isolato del tutto la mia famiglia, non accettavano di buon grado la nostra presenza.


La situazione a scuola per me e mio fratello non era delle migliori, anzi. Un giorno in cui avevo espresso la mia opinione sul far studiare le ragazze, finì dal preside, il quale mi picchiò con un pezzo di legno fino a spezzarlo. Mi sospesero per una settimana. Non capivo la non libertà di scelta. Ne parlai con l'insegnante di religione. Mi riportarono dal direttore. Mi buttarono fuori dalla scuola. Quello stesso giorno il nostro giardino lo riempirono di escrementi. Eravamo disperati. Il nostro macellaio venne a informarci che più nessuno comprava da noi. Decidemmo il trasferimento altrove, ma la nostra tranquillità durò poco, iniziarono a urlare a insultarci, bussavano continuamente alla nostra casa. Finché un giorno non incendiarono il nostro giardino.


Scappammo dal tetto, ci rifugiammo a casa di amici,non tutti eravamo li. Mancavano mio fratello e mia sorella. Forse avevano scelto la casa di altri amici come rifugio. Non li ritrovammo subito. Mia madre rimase in Afghanistan, io partii per L'Iran da amici di mio padre. Avevo paura. Dopo 5 giorni sono partito per la Turchia perché non venivo accettato neanche in Iran a causa sempre della mia fede religiosa. Con il gommone partimmo per la Grecia,dove rimasi lì per 18 giorni, e non ricordo bene dove. Per poter entrare in Italia mi nascosi in un camion, ci sono rimasto per due giorni. Arrivati a Bari, l'autista decise di abbandonarmi. Avevo sempre più paura, ero solo non sapevo come e cosa fare. Decisi di venire a Roma, dormivo per strada.
Stavo male e mi hanno portato al San Gallicano. Nella sala d'attesa sono svenuto. Mi hanno ricoverato al Fatebenefratelli. Sono stato riconosciuto come minore. Il centro Astalli mi ha aiutato a trovare una sistemazione lontano dai musulmani.

. N. 16 ANNI
«La mia famiglia è andata in pezzi. Volevo scappare»

Mi chiamo I. N. e sono nato a Ghazni in Afghanistan, ho 16 anni. Mio padre faceva il fabbro mia madre la casalinga. Un giorno mio padre uscendo di casa non è mai più ritornato. La situazione per me e mia madre diventava troppo difficile e pericolosa e su suggerimento di mio zio paterno lo seguimmo in Pakistan. Mia madre non è mai stata felice di questa scelta. Mio zio,oltre alla moglie aveva due figli un maschio e una femmina,di cui il primo più grande di me e la figlia più piccola.
Arrivati in Pakistan abbiamo iniziato subito a lavorare: io lavoravo presso una fabbrica di tappeti, mia madre lavorava a casa il legno. Fin dall'inizio il rapporto tra mio zio e mia madre non fu mai buono. Mio zio voleva sposarsi con mia madre.Continui litigi e torture da parte di mio zio hanno segnato gli ultimi due anni della vita di mia madre, ammalandosi, inoltre, di tumore al cervello. Dopo due mesi passati in ospedale,morì.


La situazione personale e lavorativa diventava per me insopportabile, invivibile. Così chiesi a mia zia paterna un prestito e il numero di telefono di un nostro cugino che vive in Inghilterra.
Sono scappato in Iran. Per quasi un mese e mezzo ho fatto il muratore finchè un giorno non ho ricevuto la telefonata di mio cugino dall'Inghilterra che mi suggeriva di partire verso l'Europa.
Con l'aiuto del mio datore di lavoro il mio viaggio inizia dall'Iran verso la Turchia dove ci rimango venti giorni per poi ripartire per la Grecia. Ma la polizia trovandomi mi rispedì in Turchia,dopo una settimana sono nuovamente ripartito per la Grecia.
Però durante il secondo viaggio, a causa di una tempesta una nave si scagliò contro il nostro gommone causando la morte di due miei amici. Arrivati a Samus in Grecia, mi hanno portato in ospedale, il viaggio traumatico e la morte dei miei amici mi hanno reso fragile. Sono rimasto sei giorni in prigione. Mi hanno dato un foglio con il quale potevo andare ad Atene, da lì dopo un giorno sono ripartito per Patrasso, rimanendoci un mese. Dopo due tentativi, non riusciti, di entrare in Italia, alla terza volta sono stato riconosciuto come minore.

IL MANIFESTO 10 APRILE 2009

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martedì, 07 aprile 2009

BEPPINO ENGLARO E L'ESILIO DI UN PARROCO

di Giorgio Pecorini

La cittadinanza onoraria data da Firenze al padre di Eluana Englaro rischia un effetto collaterale: la cacciata di don Alessandro Santoro dalla sua parrocchia delle Piagge, il quartiere tra i più emarginati cui egli, con un gruppo di giovani, ha saputo restituire consapevolezza, impegno culturale e dignità.
Il fatto è che, coerente con la propria battaglia in difesa dei diritti civili, don Santoro non soltanto ha approvato la delibera del Comune, sgradita al suo vescovo Giuseppe Betori, ma ha addirittura invitato Beppino Englaro in parrocchia. Gli ha chiesto perdono per il «baccanale» a base di «preghiere, rosari e parole senza senso» con cui è stato aggredito da una parte del mondo cattolico. Ha detto di non riconoscersi in «questo coro indecoroso, in questo spettacolo osceno». Ha concluso che per il suo dramma di padre e per la tragedia di Eluana la gerarchia ecclesiastica avrebbe piuttosto dovuto trovare «parole d'amore».


La questione tocca insieme la coscienza e i diritti di ciascuno di noi, al di sopra delle singole posizioni economiche e sociali, appartenenze religiose eccetera. Che cattolici integralisti, più o meno ottusi, e atei devoti, più o meno opportunisti, diano addosso a un parroco come Santoro allineandosi alla parte più costantiniana e meno evangelica della gerarchia, è scontato. Per nulla scontato e parecchio allarmante è trovare, in quel coro, voci insospettabili. Come quella di Giannozzo Pucci, il nuovo proprietario della «Lef», la Libreria editrice fiorentina cui, per il prestigio di un catalogo includente il meglio dell'intelligenza progressista cattolica, religiosa e laica, Giorgio La Pira in testa, don Lorenzo Milani aveva affidato prima Esperienze pastorali poi Lettera a una professoressa e L'obbedienza non è più una virtù.


A Firenze c'era (e c'è) un quotidiano che per anni ha calunniato don Milani vivo. A fermarlo c'eran voluti il coraggio e il rischio di un suo redattore onesto, Mario Cartoni, riuscito con un colpo di mano a far uscire il testo intero della Lettera ai giudici durante il processo al priore di Barbiana imputato di vilipendio e apologia di reato per aver difeso l'obiezione di coscienza. È a quello stesso giornale che Pucci, «come editore di don Milani», manda una lettera (31 marzo, p. 4 inserto Firenze) per dispiacersi «che don Santoro abbia appreso poco della lezione del priore». E per sostenerlo stralcia alcune righe da una chiacchierata con me in cui don Lorenzo spiega perché, pur dissentendo molto dalla gerarchia, resti nella chiesa: per il bisogno che ha dei sacramenti. Ma che c'entra? La lezione del priore è tutta nella secca replica al vescovo di un confratello rimproverato a vanvera e che Milani riferisce condividendola: «Senta, io penso che è giusto fare così. Lei è vescovo. Se lei mi lascia parroco mi lascia fare con la mia testa. Se non le va bene mi leva da parroco e io obbedisco immediatamente. Ma se lei mi lascia lì, decido io e comando io». («Chiesa santità obbedienza» nel mio Don Milani! Chi era costui? p. 304).


Questa è la lezione che Santoro mostra di aver bene appreso e che fa propria pur sapendo il prezzo da pagare. È per averla impartita e vissuta di persona che quel rompiscatole di Milani era stato esiliato a Barbiana, piccola parrocchia della diocesi, già chiusa e riaperta per lui. Suggerisco al vescovo d'ora di ri-riaprirla e di confinarci quel nuovo rompiscatole di Santoro. Avendo prima cura di toglierci acqua luce posta telefono e tagliarvi la strada: riportarla cioè (non per sadismo: per rispetto e miglior comprensione della verità storica) a com'era quando ci spedirono don Lorenzo: chissà che così «restaurata» non ridiventi luogo di nuove glorie. Tutte da riconoscere e celebrare post mortem, ovviamente.

Il Manifesto 5 aprile 2009

postato da: giannizp alle ore 09:08 | Permalink | commenti
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lunedì, 30 marzo 2009

Don Santoro: "Il Vangelo parla d'amore nel mio vescovo questo amore non l'ho visto"

Don Santoro lo saluta e dice: in questa chiesa non mi riconosco più. Un´ora di colloquio col sindaco Domenici che firma la cittadinanza. Incontri all´Isolotto, alle Piagge e al Puccini. Oggi in consiglio comunale
di Simona Poli
Le baracche di Enzo Mazzi all´Isolotto, quelle di don Santoro alle Piagge. E´ questa la Firenze che accoglie Beppino Englaro a cui a mezzogiorno in Palazzo Vecchio verrà data la cittadinanza onoraria firmata ieri dal presidente del consiglio comunale Eros Cruccolini e dal sindaco Leonardo Domenici, che con Englaro ha parlato per un´ora da solo nel suo studio, spiegando che oggi sarà assente per impegni istituzionali. Più di quella pergamena ufficiale, che porta con sé anche gli strascichi di una poco edificante polemica politica, vale forse il patto di alleanza che in questi giorni si è creato in modo spontaneo tra Englaro e la gente che gli è andata incontro per ascoltarlo.
Generazioni, storie e destini diversi, uomini e donne che ciascuno a suo modo nella vicenda di Eluana trovano fonte di riflessione per ripensare se stessi. E´ il caso di Alessandro Santoro, che di fronte ad Englaro pronuncia la pubblica confessione di un prete che si sente smarrito: «Dopo questo baccanale osceno si può solo chiedere perdono come fece il figliol prodigo nella parabola raccontata da Gesù», dice nel silenzio perfetto della sala in cui sono sedute decine di persone. «Sono profondamente disturbato da questa ostentata onniscienza della Chiesa in cui non riesco più a riconoscermi. Di quel cristianesimo non so che farmene, il Vangelo di fronte alla vita usa solo la parola amore, che significa avvicinarsi all´altro e al suo mistero per riconoscersi. Nel mio vescovo questo amore non l´ho visto».

Englaro quasi non ci crede: «Ero un randagio che abbaiava alla luna, per tanto tempo nessuno mi ha voluto dare ascolto. E ora arrivo qui, a Firenze, e mi sento dire quelle parole semplici e dirette che sembrava impossibile poter udire». Lo ripete più volte, anche la sera al Teatro Puccini dove l´associazione "Liberi di decidere", che ha già raccolto tremila testamenti biologici certificati da un notaio, ha voluto invitarlo insieme a Paolo Flores d´Arcais per dare un segnale concreto di sostegno a una battaglia civile che era nata solitaria ed è ora diventata la battaglia di molti dopo l´approvazione al Senato del testo di legge sul fine vita.
 

Tantissime persone vicino ad Englaro, anche molto giovani. Alle dieci di mattina è già affollata la casetta in cui ogni domenica si riunisce la comunità dell´Isolotto per celebrare la sua "messa laica" col pane fatto in casa al posto dell´ostia e le preghiere scritte a mano sui fogli di carta al posto del breviario. E´ un dialogo ricco ma senza contrapposizioni, chi è venuto qui lo ha fatto per mostrare comprensione e affetto ad un padre costretto ad affrontare fin troppo dolore. Senza pregiudizi, senza nessuna voglia di attaccarlo, di giudicarlo. Anzi. Tra i messaggi di solidarietà arrivano quelli di un monaco di San Miniato al Monte, Bernardo Francesco Maria, dell´ex prete operaio Renzo Fanfani, delle comunità cristiane di base, di don Fabio Masi della parrocchia di Santo Stefano a Paterno, del presidente del quartiere 4. A parte Cruccolini, due soli politici presenti, Valdo Spini e il consigliere dei Socialisti Alessandro Falciani, che è stato l´ideatore della proposta di cittadinanza e che ha accompagnato Englaro in ogni suo appuntamento fiorentino. «L´Eluana era la persona più libera del mondo, amava tutti e adesso sarà amata da tutti, lo dice sempre la sua mamma», racconta Beppino sorridendo.
«Per noi in famiglia questi concetti erano chiarissimi, li avevamo approfonditi, li davamo per scontati. L´Eluana era convinta che la vita è libertà e non condanna a vivere. Non mi sarei mai immaginato di diventare l´unico a combattere per il rispetto di principi che a me sembrano incontestabili. Non avevo scelta, dovevo affrontare la questione pubblicamente perché sono convinto che la vera libertà è dentro la società». Diciassette anni di solitudine e poi quella sentenza della Cassazione del 16 ottobre 2007: «Dobbiamo essere fieri della nostra magistratura, i giudici non si sono lasciati condizionare dalla politica, che pure ci ha provato in tutti i modi. Sono certo che quella sentenza verrà riletta, studiata e capita perché lì è finalmente tutto molto chiaro. Non si può imporre con la violenza un trattamento che tiene in vita una vita che non esiste in natura. La vicenda di Eluana non va contro nessuno».
Repubblica on line 30 marzo 2009
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categoria:don milani
sabato, 03 gennaio 2009

 

BARBIANA ALLA BOLOGNESE

L'esperimento guidato da don Giovanni Nicolini, nella comunità alcuni insegnanti sessantottini. Un modello né pubblico né privato, aconfessionale, non meritocratico, senza gerarchie e aperto a tutti

di Linda Chiaramonte

SAMMARTINI (BOLOGNA)

È una piccola Barbiana emiliana, trent'anni dopo, la scuola paterna di Sammartini, piccola frazione di campagna del comune di Crevalcore, a circa trenta chilometri da Bologna. Il prete illuminato che ha portato l'insegnamento di Don Milani nella bassa pianura padana è Don Giovanni Nicolini, ex direttore della Caritas di Bologna, che dall'esempio del piccolo borgo della diocesi di Firenze ha creato una scuola che si ispira agli stessi principi educativi, un'evoluzione di quel modello negli anni '80, con condizioni sociali e di accesso all'istruzione molto diverse.


Tutto comincia alla fine degli anni '70 quando Don Nicolini dopo alcuni anni trascorsi a Bologna, diventa cappellano della parrocchia di Sammartini. Pochi casolari sparsi, una chiesa e una scuola itinerante, di casa in casa, da raggiungere in bicicletta. Francesca Bergamini è la prima allieva di questo progetto nato da un gruppo di famiglie molto legate fra loro che dalla città ha seguito Don Nicolini fino in campagna. Di questa piccola comunità fanno parte alcuni genitori insegnanti, che dopo aver vissuto la stagione del '68 sentono la necessità di interrogarsi sulla scuola e la riforma in atto in quegli anni nella fascia dell'obbligo. Dopo un paio d'anni nasce l'idea della scuola paterna, né pubblica né privata, unica in Italia, aconfessionale e aperta a tutti, anche a persone in difficoltà, in cui il valore principale è quello di dare stimoli e passioni agli studenti. «L'idea fin da allora fu quella di dare maggiore spazio alla libertà e a un concetto più vasto di cultura nel tentativo di curare di più l'approfondimento e percorsi personalizzati per bambini più o meno dotati in un sentiero di crescita proporzionato alle possibilità» racconta Don Nicolini «un'esperienza in cui non ci sono gerarchie di capacità e meriti».

Lo schema giuridico della scuola paterna prevede che gli allievi siano regolarmente iscritti presso un istituto, al quale i genitori chiedono l'autorizzazione a provvedere e garantire l'istruzione ai propri figli. È una legge del '26 a contemplare la possibilità da parte della famiglia di occuparsi direttamente dell'apprendimento dei figli, con l'obbligo di certificarlo alla scuola con un esame alla fine di ogni anno scolastico. Da qui la definizione di scuola paterna, una scuola fatta in casa e a misura di bambino, dove a fare i docenti sono gli stessi genitori che oltre alle materie previste dai programmi ministeriali danno spazio ad approfondimenti e percorsi didattici individuali in cui tutti possono sentirsi al passo, anche chi ha difficoltà di apprendimento o proviene da un contesto sociale difficile. I banchi sono a casa o in parrocchia, ma la religione non è materia di insegnamento, la scuola è aperta a tutte le fedi e anche ai non credenti, non è necessaria un'adesione religiosa, si tratta di un progetto educativo trasversale. I compiti non esistono, al loro posto c'è «ci ripenso».
Ma torniamo al 1982 primo anno delle scuole medie fatte in casa nella piccola frazione di Sammartini, Francesca e Luca sono i pionieri di questa esperienza, la mamma di lei, già professoressa nella scuola pubblica, insegna lettere, la madre di Luca, scienze.
A farsi carico delle altre materie ci sono altri genitori, in più ci sono corsi monografici sulla Shoah e il giornalismo, educazione tecnica, corsi di lettura, taglio e cucito, telaio e ceramica. L'anno successivo i nuovi iscritti sono 4 poi 6, nel frattempo la scuola inizia a richiamare alunni anche dai paesi vicini e c'è chi arriva apposta da Bologna.


Non è una scuola elitaria, e a dimostrarlo negli anni '90 è la sua apertura a bambini stranieri provenienti da percorsi di adozione e affidamento, e a profughi kosovari, oltre alla richiesta di inserimento sempre più frequente da parte dei servizi sociali di ragazzi con disagio che la scuola «normale» non riesce a seguire e alla collaborazione avviata con un'associazione che si occupa di bambini con handicap gravi. Un giorno alla settimana per le lezioni si va in trasferta a Bologna, nelle case dei nonni, che tanto hanno da insegnare, niente che si possa trovare sui libri.


Fra gli allievi delle scuole medie a Sammartini anche Tommaso, figlio di Francesca, la prima ad aver iniziato questo percorso di scuola alternativa e che su quell'esperienza ha scritto la tesi di laurea in pedagogia. Francesca ha vissuto l'esperienza da allieva e da madre-docente, una scelta gratificante e al tempo stesso impegnativa che le ha comportato un forte coinvolgimento personale decidendo di non delegare alla scuola la formazione del figlio, svolgendo un ruolo attivo in prima persona. Quest'anno in tutte e tre le classi gli iscritti sono 25, in aumento rispetto agli scorsi anni. È sempre Don Nicolini l'anima della scuola, che a Bologna ruota intorno alla parrocchia di Sant'Antonio da Padova alla Dozza, quartiere periferico in zona fiera. È preside e insegnante di storia e geografia. I docenti sono circa una ventina, oltre ai genitori degli alunni, impegnati in prima persona, anche professori universitari, insegnanti in pensione e volontari che collaborano mettendo le loro professionalità al servizio dei ragazzi, qualità indispensabile la passione per la loro materia e la capacità di trasmetterla.

Fra loro anche Vincenzo Balzani, professore di chimica all'Università di Bologna, specializzato in nanotecnologie, che coordina la sezione di scienze. Un dirigente di Datalogic insegna matematica, un architetto della Provincia geometria, un neonatologo il corpo umano. Le lezioni sono regolari tutte le mattine, il luogo, oltre alla sede della parrocchia e le case degli insegnanti, può essere un'aula universitaria dove fare esperimenti scientifici, o a spasso per la città per imparare educazione artistica. I risultati finora sono molto positivi «scompare il rischio di isolamento e anonimato, i ragazzi arrivano bene alla guerra delle superiori» dice Don Nicolini. A confermarlo i gemelli congolesi in affido ad Amelia Frascaroli, madre e docente con un passato nella Caritas bolognese, che appena arrivati in Italia, dal 2001 al 2004 hanno frequentato le medie a Sammartini. «È stata un'esperienza straordinaria, si sono sentiti accolti e sostenuti. Sono stati loro a incoraggiare il più piccolo di casa a frequentare la scuola paterna a Bologna» racconta la Frascaroli.


Ora la scuola a conduzione familiare in città è frequentata fra gli altri anche da molti ragazzi stranieri e da alcuni con problemi relazionali e di dislessia, situazioni fragili a cui la scuola tradizionale fa fatica a dare risposte. Un vera sfida una scuola così di questi tempi

Il Manifesto, 3 gennaio 2009

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categoria:don milani
venerdì, 28 novembre 2008

Paura quotidiana in via senzatetto
Viaggio tra i clochard di Bologna

Sono un relitto di povertà arcaiche esito non previsto nella società dei consumi
Le loro storie si somigliano tutte: normalità distrutte da due o tre crolli ravvicinati
di MICHELE SMARGIASSI

BOLOGNA - Gli inquilini di via Senzatetto non rispondono mai al citofono. Perché se qualcuno "suona", è solo per suonargliele. Quante volte Giuseppe è stato svegliato nel cuore della notte da un calcio nelle reni. Peggio, sui piedi. Sono delicati i piedi quando dormi per terra, sui cartoni. "Il freddo te li congela, sono rattrappiti, basta un colpetto per vedere le stelle". Giuseppe l'ex giardiniere dorme in una rientranza del sottopasso tra l'atrio della stazione e il binario uno: anche di notte c'è sempre qualcuno che passa, lo vede, e gli allunga una pedata. Così, per riderci su due minuti, come quei bravi ragazzi di Rimini, quelli con l'accendino facile. E lei Giuseppe che fa? "Zitto. Non reagire mai, mai, mai. Questo t'insegna la strada. Se reagisci magari spunta un coltello. Taglia la corda se puoi".

Via Senzatetto, a Bologna, non esiste nello stradario. Esiste solo sulle carte d'identità dei clochard. È una strada fittizia, un'invenzione dell'anagrafe per poterglielo dare, ai clochard, almeno un documento. Poi però si sono accorti che non funziona: se ti presenti con quell'indirizzo, nessuno ti darà mai un lavoro. Allora adesso la via dove abitano i barboni, inesistente ma affollatissima, si chiama via Mariano Tuccella. Un senzacasa preso a calci e pugni in pieno centro da un ragazzotto ubriaco, morto questa primavera dopo sei mesi di coma. "Potevo essere io", osserva senza prosopopea Antonio, quello che dorme sotto la tettoia di un padiglione dei Giardini Margherita. Se li ricorda bene i tre giovinastri che lo svegliarono a botte qualche mese fa, "negro dimmerda levati dal...". Antonio è italianissimo, è nato a Napoli nel 1945, ma come nella Tammurriata nera o nella più famosa canzone di Lucio Dalla: la mamma bambina e il "bell'uomo che veniva dal mare", il marine americano di colore. E lei, Antonio, che fece con quei tre? "Io? Niente. Quelli come noi hanno sempre torto. Tutti i torti del mondo. Metti che uno di quei due era figlio del tale o del talaltro... Finisce che è stata colpa tua. Se ti prendono di mira, puoi solo sparire. Quel poveretto di Rimini... Al primo petardo doveva prendere su le sue cose e cambiare zona, era chiaro che tornavano. Noi non dobbiamo esistere, capisci? Infatti non esistiamo".
Scordarsi Piazza Grande, "a modo mio / avrei bisogno di carezze anch'io". Fine dei romanticismi. Ben altre carezze ti riserva la piazza oggi. Gli "avvocati di strada", angeli custodi degli homeless di Bologna, nel 2007 hanno aiutato 22 senzatetto a denunciare aggressioni subite. E prima che uno di loro si convinca a denunciare, ce ne vuole. "Io, ma chi sono io? Chi mi crede, a me? Ma mi hai guardato bene?", Antonio si toglie il berretto che una volta era bianco: ciuffi di capelli sparsi, due soli denti in bocca, la pelle rovinata, una giacca rotta sopra l'altra, "ho tutto quel che serve per far paura. Io sì, ce l'ho paura, di notte, ma a voi faccio più paura ancora. Se chiedo aiuto a un poliziotto mi dice smamma. Se insisto mi porta dentro e mi mena. Guarda, è cambiata la storia. Forse una volta eravamo poetici. Adesso per voi siamo dei falliti e basta, scelta nostra, colpa nostra, cazzi nostri. Qualcuno ogni tanto ancora viene e mi usa come un divertimento, il vecchio barbone saggio', quello che ne ha vissute tante'... A me va bene perché poi mi dà qualcosa". Però è vero che ne ha vissute tante, Antonio. Gli anni hippy, la politica, Radio Alice, il '77, perfino un po' di galera per i disordini, poi il lavoro, una donna, tre figlie, perso tutto, quel che è rimasto è questo carrellino tenuto con lo spago. "Anche il sacco a pelo devi portartelo dietro, se lo nascondi dentro una cabina elettrica o dietro un cassonetto, come una volta, non lo trovi più".

Chi lo ruba, il sacco a pelo di un barbone? "Gli stranieri. Ora comandano loro". Sarebbero gli ultimi arrivati, i clandestini extracomunitari, nel paese scuro della marginalità. Ma sono già passati avanti. "A loro le gente dà più volentieri. Anche i preti li aiutano di più". I barboni eterni restano ultimi, sempre ultimi, disperatamente in coda a tutti. In coda all'Antoniano, la mensa di mezzogiorno, dopo Antonio c'è Mauro, sessant'anni, bel soprabito di pelle, scarpe lucide, pantaloni puliti. Faceva il cuoco, poi quella malattia ai polmoni: non invalidante, ma nessuno lo vuole più in cucina. Da qualche settimana dorme in un garage, dopo due anni di strada. Non s'è ancora lasciato andare. "Quando vado a far colletta però mi metto roba più rovinata, sennò non ci credono". Mica tutti i clochard sembrano clochard. Ed è peggio ancora: "O fai impressione o non esisti. Per la gente normale, i senzatetto non esistono. I drogati sì, i matti sì, gli ubriaconi sì, gli stranieri sì: noi no. Sa cosa? Io la accetto la tessera da senzatetto, se me la danno. Meglio una schedatura che essere nessuno".

Sono un relitto di povertà arcaiche, un esito non previsto nella società dei consumi. Le loro storie si somigliano tutte: normalità precarie distrutte da due o tre crolli ravvicinati, lavoro perduto, una rottura familiare, la morte di una persona cara, un tradimento, una malattia, combinati tra loro in modo infinitamente diverso e infinitamente simile. "Una somma di sfortune", dice Giuseppe il giardiniere, "la prima ti atterra, ma provi a farcela; proprio quando stai per rialzarti, arriva la seconda botta e ti stramazza". Non ti alzi più. "Un anno di strada e sei perduto", dice Paolo Mengoli, direttore della Caritas diocesana. La strada ti prende, ti avvolge, ti cambia. "Ti azzera", precisa Daniele, 35 anni, per lui la miscela prevedeva anche un tuffo nell'eroina. Ha una moglie, una figlia malata: una signora generosa le tiene in casa ma lui no, dorme in stazione. Alle dieci di sera la sala d'aspetto è stracolma di figure che crollano di sonno, sedute spalla a spalla. Almeno qui siete in tanti, è più sicuro. "Qui è un inferno. Tutti contro tutti. Non ti puoi fidare neanche di quello che ti dorme di fianco. L'altra notte quell'africano mi sveglia urlando, 'Dammi la tua coperta o ti accendo!', capisci? La sera prima, alla mensa di Santa Caterina, avevamo pregato assieme per quello bruciato a Rimini".

Comincia un'altra notte senza tetto né letto, ma nessuno dorme davvero. Sussultano, si scuotono. "La notte non è per il sonno, la notte cerchi solo rifugio", spiega Daniele, "il giorno è per il sonno e per il cibo". I posti caldi, di giorno, sono molti, più comodi di questo dove la Polfer ogni due ore ti scuote, fuori di qui e in fretta!, e mica tutti possono fare come Tecla, 74 anni, ex ballerina con la casa popolare allagata, che ha una pensione della minima e ogni tanto compra un biglietto, mica per viaggiare, solo per avere diritto a restare dentro. Anche lei non dormirà bene a cavallo dei braccioli che disinfetta con cura. Col suo carrello del Pam stracolmo e le sue ciabatte Crocs arancioni, di giorno va a dormire in un'altra sala d'attesa, quella di una Asl, "ma non ti dico dove", i buoni posti son segreti. Invece Antonio, 'a criatura nata nira, di giorno sta in biblioteca, la sontuosa Sala Borsa, ricca di divani comodi: non è un abuso, "prendo un libro e lo leggo davvero". Altro buon posto: la sala scommesse ippiche di via Righi, c'è il bagno, "e quando uno vince è contento, 'mi hai portato fortuna', e ti allunga cinque euro", relaziona Rino, quello col cane: Pippo, un bastardino di schnauzer bianco, tutto fasciato, "l'ha morso un altro cane", anche tra le bestie la strada è feroce. E Rino non ha esitato a sacrificare 30 euro, parecchi giorni di colletta, per portarlo dal veterinario. Ha una gran voglia di carezze, Pippo.

Poi c'è il mangiare. Che in fondo è la cosa più facile: colazione dalle suore, pranzo dai frati dell'Antoniano, cena alla Caritas di via Santa Caterina. C'è solo da scarpinare. "Il guaio è la notte", per Paolo l'ex geometra è un'ossessione, qualsiasi domanda gli fai, lui risponde come un disco incantato: "se però potesse sensibilizzare... per un posto letto...". Nei dormitori c'è la lista d'attesa e ti tengono solo tre giorni. C'è già un freddo criminale, due sono finiti semiassiderati l'altra notte, ma i City Angels sono senza coperte e il rifugio invernale da 300 posti non è ancora pronto. Bologna non è che sia così amica dei barboni. Marco, il poeta che aveva arredato una panchina davanti a San Francesco, s'è beccato 724 euro di multa per occupazione abusiva, e i vigili gli hanno buttato nel cassonetto tutte le poesie. "Tròvati un altro posto" è la comunicazione che la città in divisa spedisce a quella di stracci: accompagnata non di rado da uno spintone. Il municipio di Cofferati ha fatto togliere le poltrone dalle sale aperte al pubblico, ha chiuso a chiave i bagni e perfino traslocato le macchinette del caffè in stanze accessibili solo ai dipendenti. Vero che le macchinette sono le vittime designate dei nomadi urbani. Mica tutti hanno un'etica come José, l'oriundo argentino che dorme al binario 8, e che quando vede "uno di quei drogati che mettono la moneta con la gomma da masticare per bloccare la fessura e passare dopo a prendere le monete incastrate, io gliela tolgo". Lui controlla solo la buchetta del resto. Non v'immaginate quanto resto si scordano i clienti delle macchinette. "In due anni ho messo da parte 2156 euro e ho comprato un biglietto per tornare a Buenos Aires". È un lavoro, fare il senzatutto. Se chiedi a Renato, ex pizzaiolo, come comincia le sue giornate ti guarda con ironia: "Le mie giornate non cominciano e non finiscono". Tempo pieno, nastro continuo. È un lavoro anche per chi ha eliminato il denaro dalla sua vita, come Cenzo, l'ex macellaio, in strada da quattro anni, "quasi eliminato, se non fosse per queste maledette sigarette", per non dover chiedere. Perché lui ancora se ne vergogna, e se insisti con le domande gli vengono gli occhi lucidi.

Chissà se c'è una corsia di ritorno, per la gente dei cartoni. Un'uscita di sicurezza dall'arena di crudeltà gratuite che è diventata per loro la strada. Non ce n'è uno che, a domanda, non ti risponda che vuole smetterla con questa vita, non uno che non speri nel miracolo, grande o piccolo: Mauro dice a tutti che gli hanno promesso un posto di cuoco in un grande albergo del Madagascar, ad Antonio "bastano tre metri per tre". Poi però c'è da riannodare il pacchetto, tirar su le buste di plastica e andare, andare, che la giornata è lunga, è già buio, un altro giorno è andato, hai tirato su solo tre euro ma la gente affretta il passo per andare a casa, una casa calda. Anche Antonio si fa il letto ai giardini come tutte le sere da vent'anni, e ha soltanto una cosa da chiederti: "La prossima volta che mi incontri, per favore, salutami".

(27 novembre 2008) Repubblica on line

 

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categoria:diritti umani
venerdì, 10 ottobre 2008

 RISPOSTA DI UN EX ALLIEVO DI DON MILANI ALL'ARTICOLO DI MARCELLO VENEZIANI PUBBLICATO SU LIBERO 25 SETTEMBRE 2008:

"QUEL SANTO CHE SFASCIO' L'ISTRUZIONE"

 

Barbiana, ottobre 2008

 

Don Milani non è un Santo, se lo fosse stato non avrebbe sfasciato l’istruzione come ha scritto lei: i Santi non fanno questi dispetti.

E’ stato un Prete, un Padre, un Maestro che con la sua fede e l’amore profondotipico di tutte e tre le doti sopracitate, è riuscito in quasi cinque anni non a sfasciare, ma a costruire la mia vita di uomo e di cittadino.

Ero un povero montanaro semianalfabeta pauroso e timido, dopo tre anni di quella gratificante scuola , anche di lingue, a quindici anni mi ha mandato in Francia a lavorare e l’anno successivo mi convinse a partire per una nuova esperienza: l’Inghilterra ove rimasi quasi un anno.

Tutto questo secondo leiè stato unosfascio ed il Soviet dell’ignoranza?

Ignorante è coluiche parla e scrive senza conoscere la storia e l’identità.

Nemmeno io mi sentirei di dare dei giudizi pur essendogli stato accanto per cinque anni ed aver vissuto insieme a lui i bei momenti ed i più tristi, a partire dal soo isolamento, per mia fortuna deciso dagli alti vertici della Curia fiorentina. Triste è anche morire a 44 anni; prese spunto dalla sua malattia per darci una lezione di come si fa a morire preparandoci all’evento della sua morte nel modo più semplice e naturale: anche questa è istruzione.

Mi sono sentito oltraggiato dal suo articolo , ma allo stesso tempo felice perché Don Milani mi ha insegnato a pensare, a decidere, agire.

Per questo rispondo alle sue provocazioni in modo legittimo e corretto esprimendo apprezzamento e condividendo la reazione del Professore Mortellaro ed a tutti gli insegnanti presenti al dibattito di Molfetta (Ba) che con i loro sacrifici e la loro audacia voglio cambiare in meglio la scuola Italiana.

Preciso che i milanisti (minuscolo) sono i tifosi che amano il calcio, non coloro che hanno voluto e voglio ancora bene a Don Milani. Non voglio entrare nei temi da lei trattati a proposito di “Lettera a una professoressa” e all’”Obbedienza non è più una virtù” . Ho provato sulla mia pelle le gioie e le volgarità di quei tempi.

Si guardi intorno e dia un giudizio anche su quello che la scuola  oggi produce. Non sarò certo io a decidere le sorti della scuola Italiana, ma nemmeno lei si. Veneziani può denigrare la scuola di Barbiana nel modo più scorretto ed inopportuno. Non le prenda le difese della Gelmini gettando fango su una scuola di vita, di scienza, di lingua, di pensiero, di denuncia, di coerenza e rigore.

Rigore inteso come responsabilità, come cultura, come ricerca del proprio progetto di vita, come lo era la scuola di Barbiana.

Don Milani diceva: “ I problemi degli altri sono uguali ai miei, sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.

Caro Veneziani lei per me sta uscendo da solo, con le carte perdenti che noi allievi della scuola di Barbiana abbiamo scartato, come ha scritto per terminare il suo articolo.

 

Voglio concludere in un modo  diverso dal suo, le faccio i più cari saluti e la ringrazio di aver parlato ancora di Don Milani.

 

Nevio Santini    

 

(Allievo di Don Lorenzo Milani e coautore de “ Lettera a una professoressa”)

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categoria:marcello veneziani, don milani
martedì, 02 settembre 2008
DIPENDENZE
Ma al nord drogarsi serve soprattutto per sopravvivere
Nei cantieri come negli uffici aumenta l'uso di sostanze stupefacenti
Marco Dotti

Il fatto che il nord sia diventato - e non da ora - una sorta di centrale di smistamento e riciclaggio a cielo aperto per soldi sporchi, ex funzionari socialisti, droghe vecchie o nuove e rifiuti tossici, non è un mistero per nessuno. Salvo poi accorgersi, quando davvero si prova a guardare dentro la fantomatica «parte produttiva» del paese, che le cose non sono né così semplici come la vulgata bipartisan vorrebbe far credere, né così felici come ci si potrebbe aspettare da un contesto sociale ed economico dove Pil, consumi e reddito pro capite - dati alla mano - sono quasi il doppio rispetto a quelli del resto d'Italia.
Che al nord le cose "funzionino" sarebbe invece comprovato - stando alle parole della chiassosa minoranza di «giovani imprenditori» che, dal loft del Pd ai consigli di amministrazione delle aziende municipalizzate, si levano all'unisono - dall'efficienza dei protocolli ospedalieri, da vecchie strade e nuove autostrade intasate ma esistenti, dai cartelli delle «Grandi Opere» che da anni fanno bella mostra di sé noncuranti degli scempi e delle devastazioni che si apprestano a provocare, dalle file di capannoni vuoti finanziati dalla Tremonti bis, e soprattutto dalla piccola e media impresa che prospera, paga le tasse, sfrutta ma in fin dei conti "produce".
 Sono in molti a ripeterlo, incuranti della retorica e della malafede: è a questa parte del paese che ci si deve uniformare per qualità del lavoro, trasparenza della pubblica amministrazione e, soprattutto, efficienza dei servizi, poco importa se malgestiti da cooperative bianche o peggio ancora da privati. Eppure basterebbe guardare di tanto in tanto in basso o viverci, in questo nord tanto etereo e indistinto che rischia di essere confinato alla vuota geografia mentale dei nuovi Metternich di Pdl e Pd giosamente uniti, per comprendere che le cose non funzionano per nulla. Basterebbe osservarlo da vicino per capire che in queste, come in altre regioni «produttive» d'Europa, non sempre la disperazione si colora di nero, ma assume le tinte caleidoscopiche e sgargianti dell'indebitamento al consumo, dell'edonismo spicciolo e di una tossicomania dilagante che ha trasformato il fenomeno «droga» in un vero e proprio rischio sociale, non solo e non tanto per il «consumatore», ma soprattutto per chi anche casualmente gli si trova accanto, per strada o sul posto di lavoro.

Statistiche, in questo campo, è difficile e forse anche inutile farne ma stando a neppure troppo recenti proiezioni delle polizie locali, nel bresciano su dieci persone che si apprestano a mettersi al volante, almeno sette sono o sono state nelle precendenti ventiquattro ore sotto effetto di sostanze psicotrope, cocaina in testa. Il dato è interessante, ma ancora una volta si corre il rischio di considerare il fenomeno come una patologia in seno al sistema e non come una deriva patologica del sistema stesso. La tendenza delle autorità, in casi simili, è quella di incrementare oggi i controlli sulle strade con il Rapiscan o altri strumenti, provando domani a introdurli nelle scuole e, se non troppo controproducente per le alte dirigenze, anche negli uffici pubblici e in quelli di selezione del personale.

Senza bisogno di dati, affidandosi a un più sicuro livello empirico, sono però in molti e non solo nel bresciano, a chiedersi tutte le mattine mentre escono di casa per recarsi al lavoro, da chi e come dovranno guardarsi le spalle e se riusciranno a riportare a casa la pelle (non è ancora chiaro, ad esempio, quanti fra i numerosissimi infortuni sul lavoro specie nell'edilizia lombarda abbiano come concausa le disattenzioni di colleghi, disattenzioni frutto di alterazione da alcool o altre sostanze). L'uso di «dopanti» è diventato un fenomeno endemico e strutturale, un adattamento artificiale agli altrettanto artificiali ritmi produttivi e di vita imposti dalla flessibilità dei nuovi modelli imprenditoriali e dalla conseguente riorganizzazione sul piano del lavoro. Resta quanto meno da chiedersi - al di là della oramai invecchiata contrapposizione tra repressione e «riduzione del danno» - che ne sarebbe di città come Brescia, Treviso o Milano, dei loro uffici, delle loro piccole imprese e dei loro tanto decantati modelli se all'improvviso si bloccassero il traffico o il consumo di droghe di ogni sorta. In un suo libro ingiustamente passato sotto silenzio, No drugs, no future. Le droghe nell'età dell'ansia sociale, pubblicato da Feltrinelli nel 2004, il sociologo Günter Amendt offriva una prima, per nulla paradossale, risposta al problema.

Il sistema socioeconomico nel suo insieme, sosteneva Amendt, semplicemente si bloccherebbe. Schiere di lavoratori indefessi e di manager inflessibili, chirurghi insonni e manovali stakanovisti, autisti e direttori di banca si ritroverebbero alle prese con una congerie di problemi esistenziali e, probabilmente, aumenterebbero drasticamente le prescrizioni mediche di ansiolitici e antidepressivi e si arriverebbe al collasso della spesa sanitaria. Per quanto drammatica, la previsione di Amendt non fa una piega. Da un lato, lo Stato non può, per naturale vocazione altrimenti imploderebbe, aprire troppo le magli dei divieti e autorizzare deliberatamente il consumo, dall'altro senza questa forma di automedicazione e di autoprescrizione che alimenta il mercato informale quasi nessuno nel paradiso del nord saprebbe più reggere l'urto di un sistema di lavoro che, non solo nei ritmi diretti ma anche in quelli indiretti imposti alla vita familiare e coniugale, si presenterebbe col suo vero volto. Non guardare quel volto, almeno per ora, sembra convenire un po' a tutti.

Il Manifesto 31 agosto 2008
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martedì, 26 agosto 2008
Il lusso necessario della cultura
Forme ateniesi e rinascimentali, il 3 settembre inaugura in Umbria un nuovo teatro. Che prende il nome dal fondatore, Brunello Cucinelli, a capo di un'industria leader mondiale del cachemire, con una particolare visione dell'azienda e del capitale: «Voglio fare profitti perché penso che l'impresa li debba fare, ma voglio farli dando dignità al lavoro e investendo per l'umanità»
Gianfranco Capitta
SOLOMEO (PERUGIA)

La notizia, molto «in controtendenza», è quella dell'apertura di un teatro nuovo, anzi nuovissimo. I maestri scalpellini umbri sono intenti a dare le ultime rifiniture a questa invenzione architettonica che da fuori cita le forme ateniesi, e dentro si riallaccia alle prospettive rinascimentali e «scientifiche» del Bibbiena. Il teatro Cucinelli sarà inaugurato il 3 settembre da una creazione assoluta, commissionata a Luca Ronconi e Ludovico Einaudi che con Cesare Mazzonis hanno elaborato Nel bosco degli spiriti, ispirato alla scrittura del nigeriano Amos Tutuola.
Dello spettacolo ci sarà modo di parlare quando sarà andato in scena, mentre già arrivano altri artisti incuriositi dal luogo, ultimo Amos Gitaï. Quello che incuriosisce di più è ora la nascita di un teatro, e la visione del mondo da cui nasce. Ovvero l'imprenditorialità di grande successo di Brunello Cucinelli che guida un'azienda leader mondiale del cachemire (e da qualche anno è anche presidente del cda dello stabile umbro). Ma lo fa in maniera inusuale. Citando i mistici e i Padri della Chiesa, artisti e urbanisti, Kant e Socrate, Voltaire e Spinoza. Alcune frasi di questi pensatori si affacciano per il borgo, da eleganti piastrelle di maiolica. Dove il teatro troneggia in un contesto che già comprende una sorta di cavea/agorà, un «galoppatoio» che è un luogo di incontro e passeggio nel verde, e il «ginnasio» dedicato alle arti. Tutto costruito e riquadrato nella tipica pietra locale, tra gli ulivi che aumentano la tipicità e il rispetto del paesaggio antico.
«Fino a quando io ho avuto 15 anni - dice Cucinelli - la mia era una famiglia contadina, un periodo bellissimo e sereno per me. Quando il babbo è andato a lavorare in fabbrica, tornava la sera a casa stanchissimo, lamentandosi perché quella fatica calpestava la sua dignità, un lavoro duro e remunerato scarsamente. Io non capivo bene cosa lo offendesse, ma da lì ho preso una sorta di impegno, qualunque cosa avessi fatto nella vita: cercare di rendere il lavoro più umano».

Per questo, quando poi ha deciso di «fare la fabbrichetta», l'ha fatta in questo borgo antico e in qualche misura «romantico», che ha via via restaurato?
Allora era completamente abbandonato e cadente, gli abitanti avevano scelto tutti di farsi la casetta a valle. E il mio sogno era di rendere il lavoro più umano e meno duro. Spesso si parla di passione nel lavoro, ma è duro trovarla per 890 euro, in ambienti malsani. Non ho la mistica del «lavoro che nobilita l'uomo», anche se penso che lavorare sia giusto e parte della dignità umana. So di essere un capitalista, ma provengo da una antica cultura socialista, quella di mio nonno e poi di mio padre. Voglio fare profitti perché penso che l'impresa li debba fare, ma voglio farli con dignità etica e morale.

Cosa vuol dire fare profitti secondo morale?
Una volta fatti i profitti, il problema di fondo è la loro utilizzazione. La prima parte dei profitti vanno al consolidamento dell'impresa, perché l'impresa è patrimonio del mondo, e io ne sono solo il responsabile, in quanto maggior azionista. Ma si deve rendere conto all'umanità di come ci si comporta. La seconda parte dei profitti fa stare meglio me, Cucinelli: senza barche e grandi ville, ma ho una bella casa, e soprattutto la mia soddisfazione è avere bella la fabbrica e bello il paese. La terza parte fa sì che i miei «ragazzi» (i quasi 500 lavoratori, età media 33 anni, n.d.r.) stiano un po' meglio, e un po' meglio vengano pagati. La quarta e ultima parte, ma non ultima per importanza, dei profitti, circa il venti per cento, è destinata a quella che io definisco «l'umanità». Che vuol dire anche la scuola, l'asilo, la chiesa o ora il teatro I grandi maestri della mia formazione molto personale, da Marc'Aurelio e Adriano a Leon Battista Alberti a Palladio, mi hanno portato a sentirmi piuttosto custode che proprietario, che mi fa sentire tutto più eterno. Questi soldi che l'azienda mette «per l'umanità», servono a migliorare il mondo, e la vita di ognuno.
Quest'ultima parte dei profitti insomma, è davvero il frutto di quello che l'impresa, io e i miei lavoratori abbiamo fatto tutti insieme. E il teatro ora è frutto del lavoro di tutti, tutti ne sono stati artefici attivi. Perché dobbiamo rispondere al mondo di come ci si comporta.

In cosa prende corpo la «straordinarietà» della situazione per i suoi lavoratori?
Niente di trascendentale. Certo è che vista la durezza del lavoro, ho cercato da sempre di rendere l'ambiente meno faticoso per chi ci lavora, proprio in termini di accoglienza. Ho rispetto per la grande professionalità di ciascuno, nessuno timbra il cartellino, non ci sono gerarchie ma solo differenze di compiti. È regola per tutti che alle 18 la fabbrica chiude, e ognuno si deve dedicare alla propria vita. Non si fanno straordinari, se non in qualche caso eccezionale al momento delle collezioni. Ma si fa tutti insieme. Tutte le decisioni sono prese assieme nelle cinque o sei assemblee che tutti e 500 teniamo ogni anno. Si parla dei problemi e delle aspirazioni, delle scelte industriali e dell'apertura di un nuovo show room; ma anche delle condizioni generali, come può essere per la paura della guerra. E si decide insieme come investire quella parte di utili per «l'umanità» di tutti.

Sembra una situazione idilliaca, dove un qualche spirito calvinista del profitto convive con un socialismo utopistico di memoria ottocentesca, e con una spiritualità molto legata anche a questa terra, da san Benedetto a san Francesco (più il santo di Norcia della laboriosità che non quello di Assisi della povertà). Come si applica questa «visione del mondo» a quella che dall'esterno potrebbe sembrare piuttosto una «visione del lusso», visto che qui si produce cachemire prezioso di grande qualità?
Preferirei che alla parola «lusso» si sostituisse la cosa «bella e ben fatta». Nel lusso non c'è nobiltà, nelle cose belle e ben fatte sì. Tutto è cominciato per me quando poco dopo i vent'anni ho letto Theodore Levitt, guru del marketing americano, che ammoniva i paesi sviluppati a rafforzarsi nella produzione di altissima qualità, per resistere alla concorrenza futura della globalizzazione. Da lì ho pensato di cominciare a produrre cachemire, non solo per avviare un processo produttivo di maggiore durata, ma anche perché proprio il cachemire non si distrugge nel tempo, non si butta mai via. Anche per rendere omaggio a quei pastori che oggi in Asia vivono come nuovi eremiti, ognuno con le sue cinquanta capre, a chilometri uno dall'altro. Fu anche quel fascino a farmi decidere. E per di più mi inventai di colorare il cachemire, fino a quel momento prodotto solo in tonalità «serie». Così ho cominciato, senza la pretesa del lusso, andando a fare esperimenti in tintoria. Ma avendo ben chiaro, fin da allora, il valore assoluto della alta artigianalità. E oggi se mi dicono che il cachemire è costoso, mi fa quasi piacere, perché vuol dire riconoscere che c'è dentro tanto lavoro dell'uomo. Invece mi addolora se me lo definiscono «caro», perché rimanda in qualche modo alla speculazione del mercato. So bene che non è un prodotto «economico», ma ha una qualità di eccellenza che è anche l'orgoglio di coloro che lo fanno. Negli ultimi trenta o quarant'anni abbiamo tolto dignità morale al lavoro manuale: se un ragazzo in discoteca dice di fare di mestiere le asole a mano, gli ridono forse in faccia. Qualche anno fa un operaio specializzato era orgoglioso del suo sapere. Abbiamo distrutto anche quella memoria. Agli scalpellini che hanno lavorato per anni a rifinire il teatro, ho fatto notare che la loro opera sarà visibile ancora tra trecento anni... Quella è la dignità che dobbiamo tornare a dare al lavoro.

Non c'è conflittualità sindacale nella sua azienda?
No. I sindacalisti di Perugia sono stati miei compagni di scuola, sono miei amici cari. Anche se talvolta mi sembrano attardarsi in una visione datata del lavoro, poco aderente alla realtà.

Ma anche qui nell'Umbria civile, si sentirà la crisi economica che soffia dappertutto.
Ovviamente sì. Ma io dico loro quel che diceva Marc'Aurelio: «Datti pace», nel senso di vivere sempre come fosse l'ultimo giorno e di progettare il meglio.

E gli operai assediati dal carovita come reagiscono al precetto dell'imperatore filosofo?
Direi bene: siamo tutti consapevoli che oggi la situazione è un po' più difficile, ma esserne consapevoli aiuta la concentrazione. Era successo anche dopo l'undici settembre. Davanti a un tale disastro, avevamo ricordato che in fondo gli affreschi delle chiese in Umbria hanno resistito all'usura di molti secoli. Bisogna affrontare le situazioni che arrivano, senza lasciarsi travolgere. È un fatto matematico. Se il nostro fatturato cala quest'anno di qualche punto percentuale, vorrà dire che è un assestamento di cui capire le ragioni. Non è che bisogna crescere per forza. Forse noi ci aspettiamo sempre troppo.

Sono posizioni che sembrano molto minoritarie rispetto a quelle diffuse nell'imprenditoria italiana. Come sono i rapporti di Cucinelli con i suoi «colleghi»?
Non voglio dare giudizi, e in molte occasioni cerco il confronto con loro, soprattutto con quelli più giovani. Certo io ho scelto di puntare sull'uomo, invece che sulle macchine. E spesso la creatività mi viene dai miei collaboratori più insospettabili. Fu la signora delle pulizie che mi suggerì, per una iniziativa promozionale, di fare col cachemire un pallone da football. E del resto oggi non c'è più nulla da nascondere: i miei lavoratori conoscono la mia casa come la mia auto, mio padre del suo padrone ignorava tutto. San Benedetto era rigoroso innanzitutto con se stesso. E anche noi qui abbiamo delle regole condivise. Ad esempio non è ammesso che uno tolga ad un altro, anche se per devolverlo all'azienda.
Non sarebbe ammissibile, tutto deve essere trasparente ed egualitario. Con i miei giovani lavoratori, mi sembra per certi versi di ricominciare da capo. I grandi ideali che hanno coinvolto fino alla mia generazione, se ne sono quasi andati: penso alla religione, alla famiglia, alla politica... Eppure confesso che da qualche mese mi sono messo a rileggere Marx, che avevo letto a vent'anni. E ci trovo molte cose su cui riflettere... Quando i miei colleghi imprenditori mi hanno invitato ad andare nelle loro aziende a parlare di passione per il lavoro, ho cortesemente rifiutato. Che passione può esserci a 890 euro al mese?

tratto da Il Manifesto 24 agosto 2008
postato da: giannizp alle ore 09:13 | Permalink | commenti
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giovedì, 17 luglio 2008
Gli scarti DI PADOVA
Le testimonianza choc delle impiegate della Star Recycling: «Potevamo mangiare solo al cesso, con la puzza di escrementi. Poi sempre a lavorare, a testa bassa sui rifiuti». Tra resti ospedalieri, gatti e cani morti e avanzi di cibo. Gli infortuni fatti passare per incidenti, le buste paga «gonfiate». E chi si ribellava veniva licenziato MIGRANTI E SCHIAVE, PARLANO I «RIFIUTI UMANI» DEL NORD-EST
Sebastiano Canetta
Ernesto Milanesi
PADOVA

Hasana, 25 anni, marocchina, sbarra gli occhi mentre spiega: «Potevamo mangiare soltanto al cesso. Un quarto d'ora di pausa. Con la puzza di escrementi sotto il naso. Poi bisognava di nuovo tornare a lavorare, sempre a testa bassa sui rifiuti».
Parlano le «schiave» della Star Recycling, che dentro il capannone di Corso Francia sono state «liberate» venerdì a beneficio di telecamere, fotografi e sindacalisti della Cgil. All'inizio non avevano capito tutta quell'improvvisa confusione. Poi hanno applaudito, tutte insieme. Finalmente, qualcuno si era accorto di loro.

Padova, cuore del Nord Est del «miracolo» economico, si è scoperta così simile ad un angolo di baraccopoli di Korogocho in Kenya. La zona industriale fiore all'occhiello delle istituzioni nascondeva le donne magrebine piegate in ginocchio sui rifiuti da separare. Hasana è una delle venticinque donne, con i pantaloni fosforescenti e il velo in testa, che si guadagnano da vivere con la «monnezza». L'iniziativa di Rifondazione comunista e Workers in Action ha rivelato l'ordinaria condizione di lavoro delle operaie della cooperativa Centro Lavoro.
Con Hasana, nei quattromila metri quadri del capannone, c'era anche Nadin, 40 anni, una figlia piccola. Anche lei è marocchina, da quattro anni «impiegata» nelle colline di spazzatura. Obbligata, come la collega, a lavorare 8 ore al giorno sotto la canicola per 800 euro al mese. Unica protezione: un paio di guanti da giardino e una mascherina antismog alla settimana.
«Alla Star Recycling i camion scaricavano di tutto: ci costringevano a separare i materiali da riciclare che però erano in mezzo a resti di galline, gatti e cani morti, perfino avanzi della macellazione. Ho ancora in mente i quintali di rifiuti ospedalieri che ci facevano separare: mucchi di siringe e garze usate, ancora sporche di sangue - rivela Nadin - Avevamo paura del contagio, ma la cooperativa Centro Lavoro non voleva sentire ragioni: ci diceva "o lavori così oppure te ne stai a casa tua". E non avevamo alternative, visto che i soldi ci servivano. In Marocco tutte abbiamo figli e parenti da mantenere. Però nessuna di noi, durante il lavoro, poteva credere che fosse possibile guadagnarsi la giornata in simili condizioni».
Come se non bastasse, alle mansioni pericolose si affiancavano le operazioni di cammuffamento degli infortuni sul lavoro. «Quando mi sono rotta la gamba destra un responsabile della cooperativa mi ha voluta accompagnare personalmente fino al pronto soccorso. Ho pensato che fosse una normale prassi di soccorso, una forma di tutela per i lavoratori. Poi ho capito che aveva detto ai medici che ero scivolata dalle scale, accidentalmente», racconta Shirin, 36 anni, originaria di Casablanca.

Episodi più che significativi, utili a completare un quadro di per sé eloquente. Star Recycling rappresenta davvero l'altra faccia del lavoro in una regione a tasso di disoccupazione fisiologico, ma anche la fotografia del Veneto produttivo che poi tratta i rifiuti come le lavoratrici migranti. Eppure, nessuno ha voluto solidarizzare con il blitz dell'assessore Daniela Ruffini: in Comune tutti concentrati sulla «circolare Brunetta» che l'assessore Marco Carrai ha girato a tutti i dipendenti. Dal Consorzio Zip, finora, nessuna presa di posizione ufficiale. Anche dalla Provincia nessuna reazione da parte degli amministratori.
Eppure, venerdì in Corso Francia tutti hanno potuto constatare il clima. Un «fortino» controllato e protetto da ogni sguardo indiscreto. Un uomo al volante di un Suv pronto a inveire e perfino a «sequestrare» la cronista di una televisione locale. Un «capo» che ha fatto di tutto per testimoniare il fastidio nei confronti del sindacato, delle bandiere rosse, della curiosità dei cronisti. I racconti delle lavoratrici servono a rafforzare la necessità di un immediato intervento della prefettura a tutela dei più elementari diritti (umani) all'interno dei luoghi di lavoro.

Diritti puntualmente elusi, svela ancora Hasana, da poco infortunata al piede. «Ho scoperto che il mio incidente non era stato denunciato all'Inail solo quando ho voluto chiamare di persona la previdenza. "Non ci risulta", hanno detto. All'inizio pensavo a un errore, in realtà il datore di lavoro non si era nemmeno degnato di segnalare il mio caso alle autorità competenti». A questo si aggiungono le buste paga «gonfiate» a dismisura. Un'altra anomalia che dovrebbe far riflettere su come all'interno della Star recycling sono concepiti i rapporti con chi lavora fra i cumuli di rifiuti. La testimonianza di una delle dirette interessate parla da sola: «Sulla carta, tutte le operaie prendevano 1.300 euro al mese, ma in realtà il Centro lavoro ne erogava appena 800 - precisa Shirin - Ci spiegavano che la differenza era giustificata dalla nostra condizione di soci, diversa dai normali dipendenti. Questa la spiegazione. A noi restavano i soldi che non coincidevano con la paga ufficiale».
Soci, pronti a condividere anche le eventuali perdite della cooperativa. Mai i guadagni, nonostante i fatturati milionari della Star Recycling. Anzi, le lavoratrici magrebine «scoperte» all'interno del capannone erano perfino costrette a pagare i contributi per importi superiori a quelli incassati. Nella ricicleria in corso Francia non c'erano soldi nemmeno per riparare le due docce. Una per le venticinque donne, l'altra per i cinque uomini. «Tornavamo a casa sporche come i cumuli di rifiuti che avevamo appena lavorato - spiegano le immigrate - Spesso i nostri familiari ci facevano storie. Non volevano che salissimo in macchina in quelle condizioni perché lordavamo la tappezzeria. L'ennesima umiliazione, al termine di una giornata di duro lavoro in condizioni altrettanto vergognose».

Sarebbe bastato rimettere in sesto il vecchio nastro trasportatore bruciato con mezzo capannone il 10 maggio scorso. Una misura semplice, tutt'altro che impossibile anche dal punto di vista economico. Un conto è separare il materiale riutilizzabile stando in piedi; ben altro doversi piegare in ginocchio e dover frugare per terra fra i rifiuti indistinti. Tuttavia, nemmeno prima dell'incendio (tutt'altro che senza conseguenze, almeno dal punto di vista degli accertamenti invocati da più parti) la situazione era convincente.
«Non c'era una grossa differenza di trattamento prima dell'incendio. Ci offendevano e ci gridavano di fare in fretta, proprio come succede adesso. Certo, almeno il nastro funzionava. Evitava di restare chinate per otto ore sui cumuli di rifiuti speciali», spiega un'altra lavoratrice. E pensare che quello stipulato il 16 maggio tra la Star Recycling e la Cgil era considerato un protocollo futuristico. Un modello per tutte le aziende del settore. L'accordo prevedeva il ripristino delle più elementari norme di sicurezza e anche il ricorso agli ammortizzatori sociali, in caso di esubero della manodopera: «Le parti concordano di attivare la cassa integrazione per un periodo di 90 giorni», avevano stabilito riciclatori e sindacati.
Ma Samuel Giovanni Piazza, amministratore delegato della Star Reciclyng, posto il sigillo ha prontamente innestato la retromarcia. Con la chiamata individuale al lavoro prima del necessario riatto dello stabile in corso Francia. «Una bella fregatura per i lavoratori della fabbrica - spiega Paolo Benvegnù, coordinatore provinciale di Rifondazione comunista - il ritorno volontario al lavoro ha permesso all'azienda di aggirare l'accordo faticosamente composto dai compagni della Filt».

Domani sindacato e prefettura si dovranno attivare per riportare nel quadro della legalità il caso della Korogocho alla padovana. Tra gli obiettivi della Cgil quello della piena assunzione delle «schiave» magrebine, direttamente dalla Star Recycling, senza passare per la lunga filiera delle cooperative che scaricano il profitto sull'ultimo anello della catena. Il tutto condito dal fondamentale passaggio del nuovo inquadramento delle dipendenti: da semplici «facchine» le lavoratrici della Star Recycling dovranno trasformarsi in «operatrici igienico-ambientali». Un salto di stipendio non indifferente, quasi il doppio in busta paga, come le colleghe del centro riciclo di Vedelago, in provincia di Treviso. Per il resto, la delusione traspare nitida dal racconto delle donne magrebine. «Perché quello che credevamo essere il primo mondo in realtà è il terzo mondo - commenta amaramente Shirin - Pensavamo che l'Italia fosse la patria del diritto e della legalità, ma qui è peggio che a casa nostra. Da noi queste cose non succedono. Quanto meno, non alla luce del sole».

Adesso le venti facchine della Star Recycling aspettano le mosse dell'ispettorato del lavoro, negli ultimi quattro anni non ha mai messo piede nella «fabbrica» della monnezza. Rimane l'ansia per la prevedibile rappresaglia. Hanno trovato il coraggio di parlare ma sanno che verranno punite. «Chi si lamenta viene subito licenziato, da anni questa è la normalità», avvertono le lavoratrici. Che ricordano il caso di una collega semiaccecata dalle minute pagliuzze di metallo che gravitano nel capannone. «L'hanno pregata nemmeno troppo gentilmente di accomodarsi fuori dai cancelli. Se non ce la fai a lavorare non farti più vedere, le hanno detto».

da Il Manifesto 13 luglio 2008
postato da: giannizp alle ore 08:04 | Permalink | commenti
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